*

prestami i tuoi occhi, gli disse,
dammi una geometria simmetrica
e molto complessa in cui specchiarmi,
consegnami questo senso perché possa
piantarmi nelle cavità i tuoi bulbi, è un tempo
cattivo questo precipitare, un esercizio
del cielo nella sua mai stagione
esatta, non è ancora inverno,
sola la levità apparente della neve
che cade pestando ogni foglia col suo rigore
bianco, non mosse un dito, gli chiese
esclusivamente di accenderle due lune 

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*

due colline liquide e un’impressione
di pioggia in cima, mi fissa maltrattata,
pallida con l’urgenza di una domanda,
non un tono freddo nel verde lacustre
delle iridi solo qualcosa che si agita
in fondo, se la trafiggessi con un indice
toccherei un pulviscolo e una cellula
staminale, serpeggia sulla fronte
e tra gli occhi un solco, la metà esatta
di un secolo nella quiete estatica
del passo della polvere, teme
tra le sporgenze, supplica, implora,
la lascio confinata in una lastra,
muta come quei piccoli paradisi
morfologici delle molecole
nei reticoli di cristallo

*

4)

il vento è un gene, una quinta stagione
da cui non esci, una mattina qualunque
che ti trova solo e scalzo alla finestra,
i piedi al gelo, la guancia bruciata dal freddo,
la pelle che aderisce perfettamente
alla superficie liscia del vetro si incolla
nel tuo terrore, dovrai strapparla,
procurarti altro dolore.

pellicole e personaggi

i libri che formano montagne in bilico,
le vette aguzze delle matite,
una lettera 32 sul precipizio
dello scrittoio di legno.
Resto in attesa che si compia
il paesaggio di un film francese
in cui piovono sguardi malinconici
e un velo di tristezza lungo
tutta la pellicola, lei tiene tra le mani
una poesia che tace
versandosi da bere sopra ogni proposito
di esistere, lui le gira intorno
fumando troppe sigarette

Inedito su CCTM

sono onorata e molto, molto felice

En este hueco negro más del negro
donde todo es primordial de sonido,
en esta nervadura dorsal
placenta y separación, me siento temblar,
el universo en mí tiene la áspera gracia
de un Maelström y tiempos largos
de un rumiante, el dolor es un relámpago,
la quejosa frecuencia de un bosón

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*
un océano lactescente
desvanece las cimas otoñales
y la memoria de Dios en el hidrometeoro
suspendido sobre el mar, acá
nadie te vendrá a buscar,
solo una muchedumbre de miedos,
un eco de la vaguada que empeña
el camino de herradura y rocas.

*

quando il cielo è una spirale
di madreperla e la terra riflette
una lattescente verosimiglianza  
mi occupa una pace vischiosa 
-la mia natura furiosa si perde-
resto una cenere muta,
uniforme, molto ferma, 
una forma in contemplazione
dell’aria la cui carica impallidisce
finanche un cavo elettrico, queste nuvole
gravide come un ventre mi rendono l’acqua
e un turbamento, la cortina silenziosa di una baia

*

ma poi cosa ti sopravvive 
se la parola è un simulacro
e le ortiche affollano 
la cavità dove tace 
la raffigurazione della tua divinità, 
quella venere mutilata dove
crescevano le rose e le mani 
volte a svestire della polvere
marmoree rotondità, le tue
due piccole lune crescenti,
l’impressione delle loro orbite 
nei miei occhi,
cosa ti sopravvive in questi giorni
di pietra dove anche la quiete
di un ragno è rotta dal clamore
del mondo, solo quei minuti
fogli tra le piastrelle, 
un testamento di versi, la tua 
poesia per lei sparita? cosa mi resta
se non due nomi e una data?