la sedia di Dio

Se Dio sedesse su questa sedia
forse farebbe un clamore d’ombra
sulla parete, se Lui lasciasse i cieli
si potrebbe scorgerne l’impronta
ma in questa luce pallida io resto 
ad ascoltare la musica nelle canne, 
la fiamma mancata nel candelabro, 
la voce di ogni oggetto respinto

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purtroppo

l’estremità delle unghie
si annerisce e un tono
brunito si apre sulla pelle
come un lago minuto
nell’ora del crepuscolo,
la superficie liscia
è anche carneficina
nel lavandino e un nido
che resta raccolto,
opaco, vuoto, morto,
quanto alla nuca
si direbbe smagrita
nella notte e nel nome
di una donna che entra
dicendo “purtroppo”
con un peso che si lascia
andare e solo dopo
affiora nella nostalgia
di tutta quella vita chiesta
e rimandata, tradita, ferita

*

in alto, guardando tra i tetti
di un caffè francese o anche
in certi film del maestro Ozu,
la notte si vela quel poco
di bianco e un breve sogno
mi prende per mano, suoni
e foglie di lunaria dico, parole
fumose, sono trasparenza,
piango fili d’angelo.

gofun

[ c’è un sogno chiuso in una scatola di lacca, pulsa come una nana. La scatola è nera e sul coperchio, appena bordato di rosso, qualche fiore azzurro su bianco. Nel sogno lei appare monocroma, è inchiostro di china nero, fuliggine e colla animale.

Tuttavia, per alcuni istanti, si mostra policroma. Bellissima, tutta fatta di fini pigmenti naturali. Minerali, conchiglie di molluschi, coralli, malachite, azzurrite, cinabro.

Lei è gofun, polvere di valve, ostriche e capesante. È un colore di fondo, la capacità di scrivere il vuoto, la parola muta che langue sulla bocca appena accennata dal pennello ]

Kokei Kobayashi

Castagne, 1944

Emilia BARBATO – Un inedito

felice per questo dono di Eliza Macadan, grata.

LimesLettere

che silenzio fitto fa tutto intorno il porfido,

la pace della pietra ricorda alla lingua

il simulacro di Eris, sottrarre le gemme

all’inverno non serve, la rosa è una rosa

e sboccia per trovare la morte

come il passo scova nell’inciampo

la sua ultima ora, togliamo al disastro

una rovina seguendo traiettorie di nuvole

inconcludenti e poi a falangi scoperte

aduniamo piccoli schianti di terra,

zolle deformi di verità, vedi, il cuore crepa,

è un bene sempre più deperibile.

© Inedito

© Emilia Barbato

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014), Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016, I classificato sezione Libri Editi IX edizione del Concorso Nazionale di Poesia Chiaramonte Gulfi…

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Donato Di Poce sul rigo

Ringrazio Donato Di Poce per questa splendida recensione e la redazione di Carteggi letterari – critica e dintorni per lo spazio concesso al rigo tra i rami del sambuco di Pietre Vive Editore

http://www.carteggiletterari.it/2018/12/10/il-rigo-tra-i-rami-del-sambuco-di-emilia-barbato-recensione-di-poce-donato/?fbclid=IwAR0Nal1UmqwidGwo-LJaiDc06FmzlJxvkqB6MnDlhYeQ46DSQnt6lfK1ACU

Blanc de ta nuque

E’ un onore immenso essere tra le voci di blanc de ta nuque ed è una gioia infinita questa bellissima nota di lettura di Stefano Guglielmin . Grazie per avermi accolta sul tuo blog che seguo da tempo. Grata.

“La poesia di Emilia Barbato ama i dettagli, ma per farne subito emblemi della vita già stata, della vita che lascia le proprie tracce in quei fulgori ed è già malinconia. L’elencazione ne dice la sostanza, che il ritmo mette in movimento verso il futuro, pur conservandone, nelle scelte lessicali, i tratti funerei. Queste soluzioni sono evidenti nel primo testo presentato, con l’aggiunta di un procedere analogico, che si attenua nel secondo, in nome di un preziosismo descrittivo volto ad estetizzare ed eternizzare il femminile messo in scena. Soluzione forse in debito con lo stesso Vittorio Bodini citato nella terza poesia, nella quale elencazione e gusto per un ritmo sincopato s’intrecciano di nuovo. E così a seguire, sempre tenendo a mente la lezione del simbolismo a cavallo tra Otto e Novecento, per il quale poesia e musica sono sorelle, a dipanare la foresta dell’esistenza, per riconsegnarcela in un intreccio sonoro, dove il mistero della felicità si tramanda di generazione in generazione come qualcosa che abbiamo sfiorato, ma non adesso e non qui.”

Continua: https://golfedombre.blogspot.com/2018/11/emilia-barbato-inediti.html?showComment=1543401501773#c4865731032626541844

Daita Martinez per Emilia Barbato

Ringrazio Daìta per questa sua nota di lettura, che nota non è ma è poesia, così tutto appare gestibile, ogni passo sopportabile, ogni peso possibile se come ricompensa ha la luce pura e la levità che Daìta coglie. La ringrazio per questo dono bellissimo e ringrazio la rosa in più per questo spazio nel suo giardino.

larosainpiu

il rigo tra i rami del sambuco

il rigo tra i rami del sambuco di Emilia Barbato, nota di lettura

tutti i titoli dell’assenza ne il rigo tra i rami del sambuco, di Emilia Barbato,conseguono in quell’uno qui molteplice di donna tra le donne e tra le donne, come replicate a due a due le foglie, una madre. D’intensa levità la parola, il suo schiudersi candido fiore nel Verbo nonostante la paura distillata nella cura che domanda per scorgere un rifugio dal dolore che sia pur in un fragile e magrissimo suono la screpolatura che farfuglia nell’attesa di un gesto in sospensione sul corpo amato, ammalato, ventre-terra che s’incendia.

Una stanza privata e universale è la fitta che sgorga dal rigo al viso, nelle braccia del sambuco.

È la stanza della madre.

È la stanza di ogni donna ramificata sulla terra e che è terra cadenzata in un canto d’afflizione.

È la stanza che una…

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*

da te a me, per sempre, gli esili
bastoncini del palazzo alle quattro
del mattino, le nervature del legno,
le tue mani, mio costruttore di sogni.
Già da un anno recito con lingue
di vento suppliche segrete, imploro
-formando una bocca irascibile-
sette tornado perché ti scuotano,
ti attraversino stanandoti in una
terra dura, molto calda, portando
il mio nome a te indocile, che sia
fiamma, invito, palpito improvviso