*

al limitare trasmuta
la mia soglia dove tu
cominci, con alterno darsi
dischiudiamo il segreto
dei simbionti, fungo
e alga, lingua verde
delle creature senza
bocca e se mi continui
e io ti contengo è il tuo
bene la coppa colma
e il senno della mia
esistenza, bere senza
più il male del nastro
rosa vedi come ogni
cosa splende?
Un’insperata energia
versa la crepa, la diciamo
mutazione delle cellule
o evoluzione della specie?
Esseri di luce confluendo

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*

il suono di una campana
ti avvolge la voce, la baia
risuona nella gola calma,
un’onda, due, sale la marea,
i piccoli pesci nelle bolle
hanno occhi lunari e brevi
luminescenze, il tuo nome
scala la notte, pieno, piano ….

*

Camminare e fissare le nuvole
in transito come macchine,
sono strane le piccole donne
hanno gemme rotonde,
un po’ imbronciate, e lanugine
di pinguini appena visibile i compagni,
si direbbe che Astrea abbia abbandonato
la campagna, le brume, e si muova
ai margini delle strade, i giovani
bocci, innocenza alla campanella delle otto,
moderna Dalloway attraverso viale Brianza,
un’avvisaglia irrevocabile dell’ora, il rintocco

“Il rigo tra i rami del sambuco”, di Emilia Barbato

La prima volta che ho ascoltato una poesia di Guido Cupani ero a Venezia, almeno credevo, da allora l’intero universo ha iniziato a sussurrare nei versi e io ho visto ogni singolo astro e ogni rotazione, l’intera levità del cosmo nei miei occhi. Mi sono avvicinata piano e gli ho chiesto una dedica per un libro di poesia che rileggo continuamente, Guido mi ha insegnato la grazia dei passi di una formica su un libro celeste e quanto la fisica sia vicina alla poesia. Ora trovarmi nelle sue parole mi onora, mi sento felice e molto molto piccola. Grazie Guido e grazie a Perigeion per questo spazio prezioso. Vi sono grata.

perìgeion

perígeion.001

 di Cupido cupid

L’equazione attorno a cui è costruito il nuovo libro di Emilia Barbato, Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive 2018), è di una semplicità lampante:

corpo = terra.

Dovremmo anzi scrivere

corpo ⇄ terra,

perché il mondo di Barbato non è quello di Parmenide ma quello di Eraclito: un flusso continuo di immagini e percezioni. In queste pagine il piano di lettura è duplice: a un livello immediato il corpo è quello della madre, aggredita dalla malattia, mentre la terra è la “terra dei fuochi” di cui tutti conosciamo lo strazio. Ma il dato specifico è solo un exemplum: il corpo è qualsiasi corpo malato, la terra qualsiasi terra (forse addirittura l’intera Terra) martoriata. È in questo riflesso che la biografia diventa poesia. Leggiamo:

*

È benigno?
Perdoni la domanda,
io non conosco la parola storta
che cresce nell’intestino di mia mamma.

**

Ha freddo!

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*

declini in grammi di distacco
tre volte i tuoi versi, la voce
profanata dai giochi colorati
di una fontana, hai nel corpo
quieto il potere delle erbe
e delle streghe e urli di volare
ai tuoi sensi, in alto, in alto
la luna è un mare di mercurio
dove ci bagniamo, giù la mano
scopre il prato del vestito,
siamo l’impulsività delle lingue,
chiediamo assoluzione.

*

è come imitare un artropode
con i polpastrelli, una lentezza
di senso orario sulla mammella
-lingua di immortalità si credeva-
poi la nostra cara e breve
giovinezza in un lenzuolo
tolto dalla pelle, una particola
di sangue, un palpito.

*

sei venuto a salvarmi? Chiedo.
Tu modelli nuvole e le posizioni
su una carta velina poi dici
è come ruotare uno stecco
per raccogliere fili di zucchero,
una questione di cura il cielo
e io sento una preghiera
sfiorare la tempia, è il vento?