*

di questo piccolo, vecchio orologio,
il quadrante tra indice e pollice,
mi ricorda l’altro – quello più grande-
nelle dita sfere celesti ruotano
il tempo, il suo viso magro,
una data in forma di morte
e un poco torna il polso,
la guazza verde degli occhi
e nelle mie mani lunghe
– millenovecentonovanta –
la tua dissolvente assenza,
l’ex voto a nostro padre amore.

Annunci

*

fermasti dunque il paesaggio
nel vento delle foglie-fiume,
le nostre teste quel poco
oblique per unirsi, le erbe
disuguali all’ombra di un orlo.
Risolvemmo così l’esatta
disposizione della luce,
il capriccio di una nuvola

*

Ho aperto gli occhi al mondo
in assetto di volo e dispiegate
strade sotto al corpo, ho aperto
gli occhi e lo splendore di piccole
vecchie nelle corolle dei fiori.
Ho trasvolato lunghi corridoi
come una rondine per il seme
di una migrazione e ho còlto
il frutto dal suo giorno, il futuro
nella partogenesi della notte:
amore, noi, di bocca in bocca.

pepe

L’arcipelago di luce sulla terra
è un occhio di bue filtrato
da pochi rami in alto, isola
culla un chicco e un giardino
di origine pietrosa in una bocca
di vento, suonano per noi
i fiati delle foglie e dei bambini,
un sottile miagolio di pianta
rupestre, penseresti di scorgere
un rotolacampo in queste nature
arse, di genesi industriale, dove
il deserto è un bosco verticale
invece scorgi un piccolo
di pesco in una latta, lo chiami
pepe come la sua isola in cui
soffia ribelle, sgrammaticato

sakura

guardava l’orlatura dorata dei petali
sugli alberi liberi di crescere, i colori
della sfioritura come un sapore troppo
maturo del frutto, nella memoria serbando
il corpo addomesticato di certi arbusti,
provando compassione per i piccoli arti,
uguali, secchi, costretti in un’esclamazione
di terrore, una o sulle bocche dei poveri
stami coltivati come quella delle creature
curate, un po’ come lei, le sue righe nere
sulle unghie e la giovane peluria bianca
sulla nuca: un pulcino implume !

*

foto Gianni Berengo Gardin

di estremità in estremità,
le rose in testa ai filari
respirano piano, col capo
chino come bambine
còlte nell’ora dei giochi.
Vestiti di velluto avvizziti
dalla peronospora, sul dorso
piccoli di ragno rossi.
Stato di salute, polso
d’anticipo sulla vigna, io
le guardo sfiorire facendo
risalire l’indice lungo
le rughe senza coprirmi
la nuca, senza una nera
mantiglia per la malattia,
febbrile taccio, guarda
luccico un sogno, foto
che trattiene quel poco
di indefinito, la felicità
della nostra casa tranquilla

Condivido questa recensione di una bellezza impressionante. Ringrazio Alessandro Canzian e Laboratori di poesia per lo spazio concesso al rigo tra i rami del sambuco, sono commossa. Sono senza parole. Alessandro ha colto appieno le sfumature e i riferimenti del sambuco e dei sakura. Penso che la poesia debba lasciare un taciuto che deve compiersi nel lettore in modi sempre nuovi. Sono rimasta in silenzio per quello che Alessandro, poeta e lettore, ha portato in luce. Grata per tanta bellezza

http://www.laboratoripoesia.it/il-rigo-tra-i-rami-del-sambuco-emilia-barbato/?fbclid=IwAR0pWv6bMeuHZ1xSQJ0QD7a-SGmiHbvIyLF0iY1duuqmnZq0-CD5LLaOODM

“Il Dio illuminato della Levità”: Emilia Barbato

Ringrazio infinitamente Giorgio Galli per questa sua splendida lettura.

La lanterna del pescatore

il-rigo-tra-i-rami-del-sambucoUna poesia urgente e saggia, mi ero detto un anno fa al primo contatto con la poesia di Emilia Barbato. Non mi sbagliavo, e Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre vive, 2018) me lo conferma. Chi ha la gioia, come me, di essere anche amico dell’autrice, di conoscere la sua tenace empatia di fronte al dolore, ritrova nella sua opera quegli stessi meravigliosi tratti umani. Ma non mi si fraintenda: non voglio assolutamente dire che Emilia mischia la poesia con la vita. Emilia è una poetessa consapevole, meditata e depositata per vocazione. Non può che scrivere a bocce ferme, filtrare, perché è un processo che in lei si compie naturalmente. La sua sensibilità quasi adolescenziale –ma matura- si coniuga con una mente razionale, e la delicatezza della poetessa Emilia ricorda la delicatezza del direttore d’orchestra Guido Cantelli, interprete classico e romantico a un tempo, e perciò quasi…

View original post 920 altre parole

le rose

le rose essiccate

respirano pianissimo

con bocche screpolate

dalla polvere, solo

la memoria di un colore

e ancora le rose, vogliose,

lontane dai giardini,

ingiallite come lettere

che non scriviamo

e non leggiamo più,

una briciola di pane

gettata nello stagno

della grande mancanza,

nei becchi austeri di quei

cigni che controllano

postura e cuore praticando

infinite lontananze