Lieve Giulia

Ogni fibra del corpo e della poesia
lentamente scuce l’imbastitura, il tuo filo
dalla trama ritorna al vuoto
come un diamante vivente che divampa
e si disfa nella sua natura di fuoco.
Alla penombra degli occhi consegni
l’ultimo passo e le acque del viso.

Ti ascolto Maestra, la verità è mai
due volte nello stesso fiume!

Disegna dediche, Carlo

Dal ventre di sua madre è uscito nudo
Così come è venuto se ne andrà

Qohélet

E la luna – in un cielo di poco più
scuro – lo guardava dall’alto.
Come dimenticare? Egli disse.
Altro non esiste
che un passo di polvere
nella fame del vento.
E dopo gridò come un falco
e negli occhi l’alveo delle nuvole
dove scorre tutto il tempo
e nelle mani la sua natura
umana, immoderata.



*

A Stefano che scatta una foto magica alle otto e parla di luce perduta

e la fiamma non ha più l’urgenza del vento
se non per le lingue posate sulle teste
in nome della luce perduta che fa della pietra rosso
monolite e fitto un silenzio di velluto,
bruno, raccolto, sulla campagna;

poi le prime acque delle margherite,
talvolta la neve, le piccole crepe,
il magnete.

*

 natura marcescente d’oro
 nelle mani     venature 
                                    eravamo
 la costola che si allunga nel greto della notte
 cava interminabile                credo
 di un tempo
                                                  vento!
 Una soglia siderale a cui consegno
 questa pazzia di desiderare.
                                            
      Il latte che nutre l’agnello
 gemma e buca la neve; 
                                quieta raccolgo l’ultimo fiore
                                                   bianco. 

*

Se l’acero ha l’intenzione
è il ramo che la termina
tiglioso – precipita la foglia
in una traiettoria d’occhi
e nelle bocche brucia un fuoco.
L’inabitabile picciolo d’amore
secca e il pensiero che l’aveva
sopraffatto torna a mandare
a memoria il passo del vento;
il prossimo inevitabile inverno.