*

uno specchio d’acqua cerchiato
al centro da zampe aeree di aironi,
i rami dei salici capelli e un’aria
bianca di memoria, il nome,
l’ombra della tua figura contemplativa
nel silenzio è un atto irreversibile
di bellezza e di male, bere
dalla tua bocca
il contrario e il diritto
di ogni parola, annegare
nelle onde purpuree del mare
come in quest’unghia di vino

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*

dall’empireo a uno schianto
i rovinosi salti d’acqua, le pietre
in fondo, nell’erba bagnata di mancanza
la valle dorme, sotto dita purpuree
d’ombra, tra le teste dei ciclamini,
una nebbiolina viola, le foglie cadute
e su ogni cosa, in ogni ciglio, tu,
l’Eden che tace
io errando, in un seguitare
di ricordi, di strade, cerco
il nostro paradiso, quel luogo,
amore, che hai voluto evitare.

*

inizia il giorno con un chiaro
di luce sulle strade e un’azzurra
pace nelle chiese, il tram suona
già da un’ora la nota segreta
del tuo volto e la mia fine
del mondo con una nuca nuda.
Mando a memoria il codice
intimo della tua bocca,
il moto rivoluzionario della lingua,
consumarsi fino alla fine
di una notizia, fino all’inaudita
certezza di un abbandono, male
da sparizione fuoriesce dalle vene,
perfino seduta in un bar, penso
a cosa mi avresti detto, in silenzio
guardo il bancone lucido di legno,
l’uomo che lavora al forno e le luci
intermittenti, poi insieme in libreria
solo che tu non ci sei ed è mattina
e neanche scrivi: “ciao, come stai?”

*

domenica mattina, flutto
di campane in cielo, Milano
è una stanza che suona
la corda intima di un ricordo.
La sabbia rosa di Budelli,
la pellicola di deserto rosso e lei
che dice: “Se io dovessi partire
per non tornare mai più, porterei
via anche te” se un remo d’aria,
un ramo di tempo, le venature
croccanti nella terra d’autunno,
se solo la donna potesse cadere
tra le braccia del suo uomo
come una foglia che torna
e germoglia, allora “si potrebbe
far l’amore a tu per tu con il nemico”*

* il riferimento è alla poesia prima parentesi di Maurizio Cucchi presente nel libro il disperso dove si legge “in fondo si potrebbe far l’amore a tu per tu con il nemico …”

*

dunque si bagnerà il foglio nel filo
rosso,verdeggeranno i muschi nelle mani
e le foglie crepiteranno sotto passi
di una pioggia fine, passi non tuoi.
Luccicheranno gli occhi e conterò
le diottrie mancanti cercandoti,
versando e centrando unicamente acqua,
un prato bianco solo mio, cresce insieme
a draghi, castelli e milleuno fantasie,
le mie battaglie per ogni cellula distrutta,
ora di corvi e medicine e piccole bambine
le teste e i peli del pube, delle braccia
e ogni cosa cadrà, ogni cosa che è stata
ora è una baia dove nudi strisciano
i paguri e vuoti gusci suonano
al suolo tra bocche di vento.

“Il rigo tra i rami del sambuco” di Emilia Barbato. Nota critica di Deborah Mega

Deborah cara grazie per questa tua splendida lettura, grazie per lo spazio che hai dedicato alla mia raccolta poetica. Grata per tanta cura.

LIMINA MUNDI

L’ultima produzione di Emilia Barbato è una preziosa plaquette edita da Pietre Vive nella collana iCentoLillo e illustrata da Nadiya Yamnych. Si tratta di una silloge dedicata alle grandi donne che formano una donna: la propria madre, la propria nonna, la terra che brucia di notte, scrive l’autrice. I testi che compongono la raccolta hanno i tratti della delicatezza, perseguono una poetica delle piccole cose, incantano con la suggestione delle immagini: a partire dal titolo, che evoca, insieme alle illustrazioni originali della Yamnych, atmosfere giapponesi. Sembrerebbero scene di vita quotidiana, è ritratto infatti il paesaggio urbano fatto di palazzi, antenne, case affacciate all’abitudine, centri commerciali, se non fossero scandite da istantanee di senilità, da naufragi di relitti, da vuoti, assenze e sottrazioni. Tre sezioni costituiscono la raccolta: la prima reca l’acronimo dell’antigene carboidratico, un marcatore tumorale, l’altra è indicata dal numero di un paziente oncologico che, procedendo nella lettura…

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Franca Alaimo per Emilia Barbato

Ringrazio di cuore Franca Alaimo per tutto lo splendore che ha donato ai miei versi, per le emozioni donatemi e ringrazio Salvatore e la redazione della rosa in più per aver dato spazio al rigo tra i rami del sambuco, felice.

larosainpiu

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Il rigo fra i rami del sambuco
di Emilia Barbato
pietre vive editore, settembre 2018

La poesia di Emilia Barbato si misura in questa breve e raffinata raccolta con una materia incandescente, tanto prossima è a un dolore privatissimo, come può essere quello per la salute della madre minacciata da un tumore.

Eppure la sfera personale non sovrasta mai le ragioni della poesia, che trova il suo assetto iconologico nella quotidianità del paesaggio urbano e delle sue periferie (palazzi, antenne, cortili, centri commerciali) e nella ciclicità della natura che in questi versi accumula varie cromie e luci e cieli, fioriture e sfioriture, a seconda delle stagioni,

L’assillo bruciante del male (individuale e insieme universale) s’incentra, allora, sulla questione del tempo, evidenziando lo stato d’animo dell’attesa come desiderio di luminosità e di grazia future nell’alternanza notte/giorno; inverno/primavera; infermità/guarigione.

Questo atteggiamento, investendo il metodo cognitivo, finisce con il coinvolgere la contraddizione intima…

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*

siedo raccolta, la luce
è una squama di salmone
e tasselli di ali la libellula
bordata di rame,
qualche rubino sulla giovane
donna, i seni scolpiti, la cavità
dell’ascella, forse l’impronta
e il calore di un bacio, certe
parole impossibili come
passi delle dita sulla polvere
o l’odore e il frutto carnoso
di un ananas, vorrei avere
la pazienza della pietra,
la fede nel mondo, solo
perché è giorno e apri
gli occhi dando notizie

*

confini, doppie sponde
ferite, i primi fulgori
sull’alveo, i nostri vuoti,
quei piedi mancati
che siamo, nudi e suonanti
sull’assito, quarantacinque
giri in copertina sottile,
l’inizio di una sedia, i vestiti
sulla spalliera e quel poco,
la minuzia di Strand che è
amore, appena raggio
per sempre sulle bocche
di leone, di lince, di fiaba
e orrore mio tutto vento
io come l’albero
eternamente spoglio,
tra i rami, sento salire
gelo e canti e vedo da lontano
la figura malinconica dell’uomo
che si versa da bere in un privé