*

una moltitudine necessaria
forma la spiaggia e il mare,
il rifluire delle acque nei mondi
appena incavati dei piccoli alvei,
come tutto si ritira,
come gli incalcolabili
luccichii salutano i sassi
e l’amore si allontana
tornando alla misura
scheggiata della distanza,
il suo bianco fazzoletto,
il gesto della mano.

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Chiaramonte Gulfi 29.07.18

la zagara ripara in un cono di luce verde
e il sole appare appena tra le foglie, restiamo
pietrificati nella formula delle cicale,
provvisori in una linea d’estate con un organo
stridulatore nell’addome, sinistro il siliquestro
se Giuda fiorisce mentendo sulla corteccia del tronco
e dei rami, dove germoglia? Misura d’indifferenza,
sangue e fiele, un fondato sospetto il bacio.

fiori di fulmine

Scorrono fiori di fulmine sotto le palpebre
in giorni come questo dove il sole è un lago
interrotto e i rondoni si aprono in formazioni
scoordinate sulla rete metallica di un tetto.

I lampioni restano infruttuosi nel pieno di questo giorno
dove tu non parli e pensi che la pazienza sia un seme
impossibile eppure la terra è stata debbiata ma tu taci
in modo che scorrano fiori di fulmine sotto le palpebre.

*

leggo detective selvaggi
trovo figure sordide
e un poco butterate,
del resto mi avvicino a domani
e metto via il personaggio
di Lupe, le sue gambe aperte,
l’uomo e il coltello con cui
si incide piccole ferite,
cosa c’entra la terra
se penso al bellissimo seno
rifatto di Sonia? Vederti tonda
e bionda quando parli del nipote
di Guevara e ti apri chiedendo
consigli sui libri di filosofia
come se qualcosa potesse
ancora migliorarti già tutta bella,
semplice e fasciata di un sorriso
caldo come il sole di Cuba
che matura i frutti e le foglie,
dammi un sigaro Sonia
e un rum in un bicchiere
opaco, insegnami i rituali
quando i fuochi fendono
la notte, Sonia, ridi ancora

ore sei

Intuisce: È lui!
Dovunque presenza
che impegna, figura
a dimora nella casa
che lei sgombra affinché
lui la occupi, le pareti,
gli interstizi, il modo di cadere
della luce invernale in cui
ogni cosa ha inizio, stagione
che fiorisce in un girotondo
in cui la guarda e lei sorride,
in cui plausibilmente tutto
è un chiaro di cose, un foglio
che va da un ex stabilimento
all’obelisco brunito di piazza
cinque giornate e le lenzuola
si gonfiano come il cuore
che lo accoglie, nido di taccola,
le piccole sue uova, la forma
liscia e un’aria raffinata.
In questa poesia alle sei
lei apre gli occhi nel buio
fitto della stanza e lui
fa giorno rischiarando un ti amo
racemo che si ingrossa nel nucleo
della casa pianta dioica in cui lui,
in cui lei esistono, stami e pistilli diversi,
ininterrottamente complementari

dad

(ti scrivo nell’unica lingua possibile, ti scrivo in ciò che mi è inaccessibile come le tue braccia, in parole a me ostili come la tua assenza, ti scrivo perché scrivendoti è come se potessi tenerti ancora dad e ti chiedo scusa per tutti i silenzi, le dediche e le poesie mancate, per tutte le intenzioni bruciate come piccole candele nelle chiese.)

I’m afraid
I’m becoming more and more fragile,
I keep my leaves
like a green bud,
the world hurts,
the terrible black light burns
all day in a smile,
you are gone!
I can’t walk
softly this day, everything
is wrong in my eyes,
please, come back.

*

stavo leggendo Bolano
quando è arrivata la notizia.
Fissavo una pagina e gesti
distanti, la solitudine delle cose
provvisoriamente dimenticate.
I tetti di notte calano e si alzano
in un respiro e i fiori d’arancio
fanno un movimento inavvertito
in un poco di bianco, talvolta grilli.
Pensavo a quanto le persone durino
meno di una fiaba, poco,
una minuzia, ancora meno,
mentre leggevo una poesia
a pagina trentacinque, dove lei
è lontana da una di quelle storie
lette alle bambine e in cui i padri
non hanno occhi che per loro
e poi invece se ne vanno, sì!
Pensavo a questo fissando i cani
romantici e alle rigide correzioni.
Dicevo mica sono indecenti
se da grandi ammucchiano libri,
bordeaux e valium, se chiamano
genio una scarpetta sfregandola

tallo

Le mani scivolano!
Sulla corteccia del pioppo i licheni
fanno nidi, disserrano simbiosi,
declivi minuti con occhi vivi.

Molecole di ossigeno in bocche di tallo,
papille del moto erboso mia necessaria
fluorescenza, vivace idioma d’energia,
mia tutta bella fine del mondo,

come in una poesia di Milosz, in te
smentisco folgore e lampo
scoprendo il limite cui tende
la luce nelle ore