*

dove serpeggiano le correnti
trovi l’arco traslucente dell’onda
e il tuo dardo piede nell’approdo,
lontano, ma neanche troppo,
il morso nero della grotta
sull’altura calcarea eclissa
un paesaggio collinare, traccia
montuosa per inavvertiti fossili.
Tace la foglia e l’ulivo, il ginepro
ti serra le spalle mentre ripeti
i passi, una natura selvaggia e strilli
le isole, le isole, solo le isole!

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*

questi palmi che raccolgono
una miseria hanno un domani
muto, se con questo vischioso
silenzio foderassi le navi
le isole vedrebbero gli intenti
vuoti delle polene e un cartiglio
eterno tra le dita delle stelle
e la lallazione idiota dell’aurora.
Viaggiamo nell’olio della notte
con volti coperti e bulbi sospesi,
come fuochi fatui accadiamo
cedendo alla natura ambigua
di un angelo, ai ricordi lontani
risospinti dall’odore del mare,
negando ogni sublimazione, così,
senza difese, ci esplode il cuore

*

nella seconda vita guardammo
le molli colline delle vene
sulla bassa pianura del piede,
l’ombra nella forra delle clavicole,
vi affondammo le dita inalando
il fiato del grano per alleggerire
dalla pena il petto delle spighe.
Imitammo quei giganti di acciaio
posti a difesa e un suono di pale
per il corpo unico e imprevedibile
del vento, tutto era destinato
a ripetersi e noi a restare
mutilati, come quelle piccole
divinità cadute di Mitoraj.
Ci trovarono col rossetto
sbavato e un vuoto d’occhi,
le unghie morsicate, aspettammo
sulle zattere la maniera del mare
e issammo le vele cullando
un istinto primordiale e le fughe.

*

poi venne il tempo di tornare
alle isole dopo che gli ultimi
avevano tentato di cambiarci
i nomi, costruimmo zattere
in noce e le coprimmo di rosei
crisantemi cogliendo l’allele
dominante dei petali nelle lingue,
lasciammo il sole e i venti
liberi di indurirci la pelle
e comandammo alle unghie
una crescita rapida, ci trovammo
inselvatichiti e felici guardando
le traiettorie smodate dei falchi
regina sparire con lunghe mani
di invisibile quelle accennate
dai canapini pallidi, ai carrubi
chiedemmo quel poco d’ombra e
al bianco della calce di accecare
le case, ci affidammo agli elementi,
forgiando fulmini come ciclopi,
scolpendo nella pietra una nuova quiete
e un sorriso estatico alle statue, dimentichi
di quanto ci giocammo e perdemmo
nel continente: l’anima!

*

così, con le ginocchia nella terra,
scavavamo con devozione la prima
tana in cui addormentare l’antico
dramma, in bocca portavamo
l’unico seme amaro e un’acqua
dagli occhi sgranati, come bestie
cercavamo il sonno per sfuggire,
palpito dopo palpito, al batticuore.
Erano il silenzio profondo che vive
nella grotta delle vene e la calma
che la neve posa sul clamore
che volevamo, le proprietà
anestetiche e il sacro pianto
della mandragola, lo sguardo
torvo del gufo in una densità
di ebano, i saggi che cercavamo.

Nature Reversibili Lettura di Paolo Polvani

Ringrazio Paolo Polvani per la bellissima lettura, felice di comparire tra le splendide voci poetiche di Francesca e Silvia. Ringrazio la redazione di versante ripido per lo spazio concesso alla mia nuova raccolta nature reversibili.

https://www.versanteripido.it/recensione-barbato-secco-del-moro-da-polvani-da-montare/#comment-57659

Recensione di Anna Maria Curci al rigo tra i rami del sambuco, Pietre Vive editore 2018

Il rigo tra i rami del sambuco di Emilia Barbato sa e rende lo scoccare in contemporanea della bellezza e della morte. I testi poetici intercettano e annodano i fili di coincidenze che pulsano e incidono, rivelano e tracciano i solchi del dolore.

Colgo con un senso di riconoscenza la capacità di afferrare, esprimendone nei versi perfino passaggi quasi impercettibili di tono cromatico, striature e rifrazioni di affetti, sentimenti, patimenti. Questi passaggi, sapienti della sapienza di chi ha saggiato il tremendo, sono accompagnati dal quesito ossimorico: quale è il peso della Levità, quali rovinose cadute dei gravi comporta l’abilità di riconoscerla, nel fuoco e nella piaga che corrode, la sublime Leggerezza?

Di ossimoro fecondo testimoniano non solo i binomi centrali, come “castigo” e “attesa”, ma anche l’irrompere – numero primo e calor bianco del contrasto – della “quinta” stagione.

Non va taciuta, accanto all’impresa di rendere – un dolore che scava, spezza e non scivola, tuttavia, nel patetico – il fragile, il provvisorio, l’intuizione dei sensi e oltre i sensi («Come un piccolo mondo antico/ le nostre vite si fissano ai sugheri/ immersi nelle acque lacustri»), il vigore espressivo di rime e allitterazioni, talvolta proprio nello stesso componimento: «ciascuno quieto occupa il filo/ di lenza parallela fino alla stratta/ del campanello, poi di fretta/ verso la stanza e il destino/ che aspetta».

Anna Maria Curci, 5 settembre 2019

Emilia Barbato, Nature reversibili. Nota di Giorgio Galli

Ringrazio Giorgio Galli per la sua bella lettura e la redazione di Poetarum Silva per lo spazio concesso.

Poetarum Silva

Emilia Barbato, Nature reversibili, LietoColle 2019

È una pace malinconica la sera,
la luna nuova si allunga
sul colonnato con passo d’uomo
e rami nudi, pensi alle dita nodose
di un Dio padre posto al centro
del portico e a figure grottesche
guardando l’ombra dei palmizi, è
un edificio religioso questo corpo.

Una rapsodia di canti d’amore. A Emilia Barbato la forma poematica dev’essere congeniale, se sia il precedente Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive Editore, 2018), sia questo Nature reversibili (LietoColle, 2019, con prefazione di Maurizio Cucchi) sono raccolte di poesia brevi e cucite insieme da un filo conduttore intenso – l’analogia tra il cancro della madre e lo scempio della Terra dei Fuochi nel Rigo, le misteriose armonie dell’amore in questo. L’amore di Emilia Barbato è solenne come una fede ed è affidato a un canto misurato, trattenuto, interiorizzato. È un amore assoluto, ma…

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*

stare così, distaccati,
come precipitati in un’era
di cui abbiamo perso
traccia, restare un’intuizione
di elettricità o il clamore
lontano dell’onda d’urto
che segue la folgore, essere
l’attività luminosa del cielo
che dimentica la sua infelicità
e muta forma e colori e voce
e si guarda perdendosi,
tentando di trattenere
quell’unico fosfene capace
di fermare un attimo o per sempre
il tempo che si gonfia
in una vela lineare, bianchissima

Leopoli

Leggo andare a Leopoli, poesia
miraggio, sento la città farsi
irraggiungibile, mutevole
nel clangore delle forbici,
delle cesoie, come di spade
un esercito raschia il troppo
ingovernabile, di certo
inguaribile e inspiegabile
la donna regge un hula-hoop
con il cappello trovato
sulle orme di Leopoli, poesia
lunghissima, per certi versi
rovinosa, fiume, con suoni
acque e versi canne, pericolosa
dicevo, dove nuotano pesci
verde opaco dai dentini
aguzzi, pensieri e qualche
cattivo maestro a cui chiedere
corruzione per una scrittura
pacata che vuole molestie
da una certa isteria, che si dice
sia mia! Ragione, la bocca
disseccata, gli occhi
dilavati nell’esitazione del sole,
avanza nel vuoto, un disastro!