Paesaggi d’agosto

Il frinire dei grilli e i bagliori di una candela sul muro

inventano una voce e paesaggi calmi

per questa sera d’agosto

che bisognerebbe abitare, magari

postulando anche solo

un dubbio, addestrandolo

ad aggredire come una muffa

la parete solida della ferocia umana,

oppure,

dimenticando l’immagine brutale dell’assenza

di vigore nei muscoli che dal femore

si protende fino alla rotula,

sostituendo al presente

di un mucchietto composto d’ossa

la generosità del ricordo di una curva

morbida delle tue gambe.

1

Eterno Ritorno

Non c’è paese da cartolina
o cieli tersi in cui eleggere
un domicilio, né una frazione esigua
di tempo per sognare.

Dissipata la poesia,
le tecniche di seduzione della narrativa,
franati tutti i terrazzamenti e i limoni, la pace
che mettevo nelle ore,

in me risiedono gli orrori delle divinazioni
di Proteo, e un sentimento d’accidia,
l’impossibilità a liberare
gli eventi confinati in un eterno ritorno.

Personaggi di una cartolina

Potremmo dirci serene,
sedere ad un tavolino
del bar sotto casa
e sorriderci,
restare per sempre in piazza municipio,
nella certezza delle sue campane alle nove,
vivere come personaggi eterni di una cartolina
in cui la luna tradirebbe il mare
preferendo i tuoi capelli
e tu divertita torneresti
a quel corpo origine
di ogni guerra e pace,
io invece al mio silenzio, tenendoti
florida ed imponente,
invece siamo qui, a misurarci
le vite, rimestando il passato come
con questo caffè, mi chiedo
per quanto tempo ancora
potrò guardare
nel fondo dei tuoi occhi
addolciti dal velo di una cataratta
e trovarci amore,
o sfiorare la nervatura delle tue
mani e riceverne calore,
quanto tempo ci è concesso
prima di spegnere ogni cosa,
di lasciare tutto
all’imprecisione della memoria,
al vuoto del gesto sottratto,
alla cancellazione dei sorrisi,
alla sparizione dei capricci
e di tutti i sacrifici.

Ritratto di signora

Dai modi trascurati di lasciarsi
cadere e sorprendere
il costone di Pogerola
all’ottusa ostinazione di disporre
sulla pittura scrostata
del campanile di San Biagio
chiarori, questo raggio,
di inesprimibile bellezza, saluta la sera.
L’imbrunire si fa strada tra gli scalini
che dal cimitero digradano nei profumi degli agrumeti fino al paese spossato
dai pomeriggi assolati d’agosto.
Sui tetti d’Amalfi i piccioni tubano
e i gabbiani planano in un assetto eterno,
lasciando incompiuta la manovra
e il primo verso della poesia
di Eliot nella mia mente
in cui la scena si accomoda da sola,
in questo paradiso provvisorio, perfino l’opera
di lenta distruzione delle cose,
delle facciate, delle piazze e delle fontane,
dei passaggi intorno al duomo, la sparizione
progressiva dei volti dei turisti e
delle loro storie,
rende dolce il dolore della
impermanenza della vita,
accettabile quel lento traguardo
cui tutti tendiamo.