*

fermasti dunque il paesaggio
nel vento delle foglie-fiume,
le nostre teste quel poco
oblique per unirsi, le erbe
disuguali all’ombra di un orlo.
Risolvemmo così l’esatta
disposizione della luce,
il capriccio di una nuvola

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*

Ho aperto gli occhi al mondo
in assetto di volo e dispiegate
strade sotto al corpo, ho aperto
gli occhi e lo splendore di piccole
vecchie nelle corolle dei fiori.
Ho trasvolato lunghi corridoi
come una rondine per il seme
di una migrazione e ho còlto
il frutto dal suo giorno, il futuro
nella partogenesi della notte:
amore, noi, di bocca in bocca.

pepe

L’arcipelago di luce sulla terra
è un occhio di bue filtrato
da pochi rami in alto, isola
culla un chicco e un giardino
di origine pietrosa in una bocca
di vento, suonano per noi
i fiati delle foglie e dei bambini,
un sottile miagolio di pianta
rupestre, penseresti di scorgere
un rotolacampo in queste nature
arse, di genesi industriale, dove
il deserto è un bosco verticale
invece scorgi un piccolo
di pesco in una latta, lo chiami
pepe come la sua isola in cui
soffia ribelle, sgrammaticato

sakura

guardava l’orlatura dorata dei petali
sugli alberi liberi di crescere, i colori
della sfioritura come un sapore troppo
maturo del frutto, nella memoria serbando
il corpo addomesticato di certi arbusti,
provando compassione per i piccoli arti,
uguali, secchi, costretti in un’esclamazione
di terrore, una o sulle bocche dei poveri
stami coltivati come quella delle creature
curate, un po’ come lei, le sue righe nere
sulle unghie e la giovane peluria bianca
sulla nuca: un pulcino implume !

*

foto Gianni Berengo Gardin

di estremità in estremità,
le rose in testa ai filari
respirano piano, col capo
chino come bambine
còlte nell’ora dei giochi.
Vestiti di velluto avvizziti
dalla peronospora, sul dorso
piccoli di ragno rossi.
Stato di salute, polso
d’anticipo sulla vigna, io
le guardo sfiorire facendo
risalire l’indice lungo
le rughe senza coprirmi
la nuca, senza una nera
mantiglia per la malattia,
febbrile taccio, guarda
luccico un sogno, foto
che trattiene quel poco
di indefinito, la felicità
della nostra casa tranquilla

Alessandro Canzian sul rigo

Condivido questa recensione di una bellezza impressionante. Ringrazio Alessandro Canzian e Laboratori di poesia per lo spazio concesso al rigo tra i rami del sambuco, sono commossa. Sono senza parole. Alessandro ha colto appieno le sfumature e i riferimenti del sambuco e dei sakura. Penso che la poesia debba lasciare un taciuto che deve compiersi nel lettore in modi sempre nuovi. Sono rimasta in silenzio per quello che Alessandro, poeta e lettore, ha portato in luce. Grata per tanta bellezza

http://www.laboratoripoesia.it/il-rigo-tra-i-rami-del-sambuco-emilia-barbato/?fbclid=IwAR0pWv6bMeuHZ1xSQJ0QD7a-SGmiHbvIyLF0iY1duuqmnZq0-CD5LLaOODM

“Il Dio illuminato della Levità”: Emilia Barbato

Ringrazio infinitamente Giorgio Galli per questa sua splendida lettura.

La lanterna del pescatore

il-rigo-tra-i-rami-del-sambucoUna poesia urgente e saggia, mi ero detto un anno fa al primo contatto con la poesia di Emilia Barbato. Non mi sbagliavo, e Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre vive, 2018) me lo conferma. Chi ha la gioia, come me, di essere anche amico dell’autrice, di conoscere la sua tenace empatia di fronte al dolore, ritrova nella sua opera quegli stessi meravigliosi tratti umani. Ma non mi si fraintenda: non voglio assolutamente dire che Emilia mischia la poesia con la vita. Emilia è una poetessa consapevole, meditata e depositata per vocazione. Non può che scrivere a bocce ferme, filtrare, perché è un processo che in lei si compie naturalmente. La sua sensibilità quasi adolescenziale –ma matura- si coniuga con una mente razionale, e la delicatezza della poetessa Emilia ricorda la delicatezza del direttore d’orchestra Guido Cantelli, interprete classico e romantico a un tempo, e perciò quasi…

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le rose

le rose essiccate

respirano pianissimo

con bocche screpolate

dalla polvere, solo

la memoria di un colore

e ancora le rose, vogliose,

lontane dai giardini,

ingiallite come lettere

che non scriviamo

e non leggiamo più,

una briciola di pane

gettata nello stagno

della grande mancanza,

nei becchi austeri di quei

cigni che controllano

postura e cuore praticando

infinite lontananze

il rigo tra i rami del sambuco a cura di Paolo Polvani su Versante Ripido

Ringrazio Paolo Polvani poeta e caro amico per le sue domande sensibili e piene di umanità e versante ripido per lo spazio concesso al mio libro. Sempre cito Lillo Antonio, Pietre Vive Editore per aver creduto in me.

Riporto di seguito una risposta dell’intervista

Il libro ha vinto un premio dedicato alla poesia sociale, e i tuoi versi nascono da una situazione di malattia. In che rapporto sono la malattia e la società?

Mi chiedi del rapporto tra malattia e società. Trovo che questa sia una domanda bellissima. Il malato oncologico affronta una serie di esperienze estremamente dolorose che lo portano ad allontanarsi molto dagli stereotipi e dai canoni normalmente riconosciuti e usati dalla società. La prima prova a cui penso, in questo caso però riferendomi alla mia esperienza personale, è la perdita dell’invincibilità. Immediatamente si sente il fiato della morte sul collo. C’è un senso di smarrimento, di paura che annienta e il mondo cambia, ogni cosa assume una voce più intensa, come se fosse l’ultima volta che la si ascolta, che la si vede. Anche il rapporto con le persone muta, si inizia a cercare solo il vero, l’autentico. Ciascun gesto superfluo perde di valore, si ha bisogno di amore, di aiuto, si cerca nell’altro una consolazione in sé introvabile.
Si sopportano e indossano una serie di mutilazioni, di cicatrici, menomazioni/medaglie di coraggio. Muta l’aspetto fisico, cambia il colore della pelle, ci si scarnifica, si apre un varo nelle gambe, si fa meno rumore nel mondo, meno clamore, i capelli cadono e l’attesa della caduta è un momento indicibile.
Tutto ciò che l’attuale società riconosce come significativo e necessario per competere sparisce. Tutto ciò che questa società dell’immagine chiede si allontana, ci si sente esseri a parte. Poi ciascuno ha le sue reazioni, impossibile generalizzare, Oggi, che sono maggiormente consapevole, ho uno sguardo diverso rispetto a quello che avevo durante la malattia di mia madre, posso sostenere che si appartiene ad un’umanità che comprende la precarietà della vita e la necessità dell’altro. La malattia, sempre parlando per esperienza personale, chiede una società diversa, rende parte del tutto. Se ciascuno comprendesse quanto la sua persona continui nell’altro il male non avrebbe più senso poiché mai si potrebbe fare del male a se stessi e quindi all’altro. Sedere in attesa di un colloquio oncologico e della chemioterapia permette di comprendere tutta la meraviglia e il senso della vita, permette di tenere negli occhi e cercare con le mani chi condivide la stessa sorte, si è propaggini l’uno dell’altro, si ama l’altro e si spera nella guarigione del prossimo e nella propria implorando un miracolo per tutti. Si combatte e si affronta insieme il dolore e il destino come argonauti pronti al viaggio. In questa ottica la società non è più la stessa, il vero senso della vita è l’amore e non gli orpelli che il mercato impone, è tornare alle radici e parlare un linguaggio comprensibile e comune a tutti, un codice come quello delle piante, che si tramandano la memora e l’evoluzione nei secoli. Tutto uno, uno nel Tutto.

Per l’intervista completa

https://www.versanteripido.it/il-rigo-tra-i-rami-del-sambuco-intervista-a-emilia-barbato-a-cura-di-paolo-polvani/