Emilia Barbato, poesie inedite

Grazie alla redazione di un posto di vacanza per aver ospitato le mie parole

Un Posto di vacanza

barbato_02 Emilia Barbato

prestami i tuoi occhi, gli disse,
dammi una geometria simmetrica
e molto complessa in cui specchiarmi,
consegnami questo senso perché possa
piantarmi nelle cavità i tuoi bulbi, è un tempo
cattivo questo precipitare, un esercizio
del cielo nella sua mai stagione
esatta, non è ancora inverno,
solo la levità apparente della neve
che cade pestando ogni foglia col suo rigore
bianco, non mosse un dito, gli chiese
esclusivamente di accenderle due lune

*

ma poi cosa ti sopravvive
se la parola è un simulacro
e le ortiche affollano
la cavità dove tace
la raffigurazione della tua divinità,
quella venere mutilata dove
crescevano le rose e le mani
volte a svestire della polvere
marmoree rotondità, le tue
due piccole lune crescenti,
l’impressione delle loro orbite
nei miei occhi,
cosa ti sopravvive in questi giorni
di pietra dove anche la quiete
di un ragno è rotta dal clamore
del mondo…

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Trotter

dove finisce il canto degli uccelli
quando i tigli imbruniscono
in formazioni coniche profumate?
Cosa pensano i picchi rossi di tutto
il grande silenzio? E io che siedo
su una radice e guardo dalla stagione
sbagliata le ginocchia nodose
di un platano, in cosa credo?
Nel nutrimento che mi viene dalle tue mani
come anellidi alla bocca di un codirosso
la cui peluria tradisce l’età?
E quando taci? Forse anche io vado dove
si riparano le intenzioni e la voce dei passeriformi
che guardano da bulbi neri e lucidi
i colori calare di un’ottava sulla terra
restituendola alla sua semioscuritá

ora ventidue

il bruciore da stiramento
nel passo goffo dell’ultim’ora,
tre sconosciuti di lingua maghrebina
che accertano l’inettitudine della parola,
la soglia disattesa di un centro scommesse
nella voce nasale di un treno, io che conto
fragilità e deliri di una divinità dell’Olimpo
alzando il gomito e pensando a te lontano

*

Qui, dove il cielo ha il malvezzo di prolungare i vortici
e il vento del nord riscalda, su uno specchio
convesso d’acqua, ti scrivo
l’atteggiamento delle nuvole che migrano.
Non esiste parola definitiva solo un linguaggio maldestro
di gesti, una minuta grafia e la sua manna
che somministra spirito, in un bramito la variazione
di suono dei nostri sguardi.

*

prestami i tuoi occhi, gli disse,
dammi una geometria simmetrica
e molto complessa in cui specchiarmi,
consegnami questo senso perché possa
piantarmi nelle cavità i tuoi bulbi, è un tempo
cattivo questo precipitare, un esercizio
del cielo nella sua mai stagione
esatta, non è ancora inverno,
solo la levità apparente della neve
che cade pestando ogni foglia col suo rigore
bianco, non mosse un dito, gli chiese
esclusivamente di accenderle due lune 

*

due colline liquide e un principio
di follia in cima, lo straniero mi fissa
con l’urgenza di un nome, un tono
lacustre nelle iridi, qualcosa che si agita
in fondo, una biscia, una lisca, una lince,
se lo trafiggessi con un indice
ne toccherei la fiamma, il solco, la metà
esatta di un secolo come una mela,
il passo quieto della polvere, vuole
tra le sporgenze, teme, supplica,
lo confino decisa e finalmente
tace come un paradiso
morfologico lo contengo
in un reticolo di cristallo

*

4)

il vento è un gene, una quinta stagione
da cui non esci, una mattina qualunque
che ti trova solo e scalzo alla finestra,
i piedi al gelo, la guancia bruciata dal freddo,
la pelle che aderisce perfettamente
alla superficie liscia del vetro si incolla
nel tuo terrore, dovrai strapparla,
procurarti altro dolore.