le rose

le rose essiccate

respirano pianissimo

con bocche screpolate

dalla polvere, solo

la memoria di un colore

e ancora le rose, vogliose,

lontane dai giardini,

ingiallite come lettere

che non scriviamo

e non leggiamo più,

una briciola di pane

gettata nello stagno

della grande mancanza,

nei becchi austeri di quei

cigni che controllano

postura e cuore praticando

infinite lontananze

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il rigo tra i rami del sambuco a cura di Paolo Polvani su Versante Ripido

Ringrazio Paolo Polvani poeta e caro amico per le sue domande sensibili e piene di umanità e versante ripido per lo spazio concesso al mio libro. Sempre cito Lillo Antonio, Pietre Vive Editore per aver creduto in me.

Riporto di seguito una risposta dell’intervista

Il libro ha vinto un premio dedicato alla poesia sociale, e i tuoi versi nascono da una situazione di malattia. In che rapporto sono la malattia e la società?

Mi chiedi del rapporto tra malattia e società. Trovo che questa sia una domanda bellissima. Il malato oncologico affronta una serie di esperienze estremamente dolorose che lo portano ad allontanarsi molto dagli stereotipi e dai canoni normalmente riconosciuti e usati dalla società. La prima prova a cui penso, in questo caso però riferendomi alla mia esperienza personale, è la perdita dell’invincibilità. Immediatamente si sente il fiato della morte sul collo. C’è un senso di smarrimento, di paura che annienta e il mondo cambia, ogni cosa assume una voce più intensa, come se fosse l’ultima volta che la si ascolta, che la si vede. Anche il rapporto con le persone muta, si inizia a cercare solo il vero, l’autentico. Ciascun gesto superfluo perde di valore, si ha bisogno di amore, di aiuto, si cerca nell’altro una consolazione in sé introvabile.
Si sopportano e indossano una serie di mutilazioni, di cicatrici, menomazioni/medaglie di coraggio. Muta l’aspetto fisico, cambia il colore della pelle, ci si scarnifica, si apre un varo nelle gambe, si fa meno rumore nel mondo, meno clamore, i capelli cadono e l’attesa della caduta è un momento indicibile.
Tutto ciò che l’attuale società riconosce come significativo e necessario per competere sparisce. Tutto ciò che questa società dell’immagine chiede si allontana, ci si sente esseri a parte. Poi ciascuno ha le sue reazioni, impossibile generalizzare, Oggi, che sono maggiormente consapevole, ho uno sguardo diverso rispetto a quello che avevo durante la malattia di mia madre, posso sostenere che si appartiene ad un’umanità che comprende la precarietà della vita e la necessità dell’altro. La malattia, sempre parlando per esperienza personale, chiede una società diversa, rende parte del tutto. Se ciascuno comprendesse quanto la sua persona continui nell’altro il male non avrebbe più senso poiché mai si potrebbe fare del male a se stessi e quindi all’altro. Sedere in attesa di un colloquio oncologico e della chemioterapia permette di comprendere tutta la meraviglia e il senso della vita, permette di tenere negli occhi e cercare con le mani chi condivide la stessa sorte, si è propaggini l’uno dell’altro, si ama l’altro e si spera nella guarigione del prossimo e nella propria implorando un miracolo per tutti. Si combatte e si affronta insieme il dolore e il destino come argonauti pronti al viaggio. In questa ottica la società non è più la stessa, il vero senso della vita è l’amore e non gli orpelli che il mercato impone, è tornare alle radici e parlare un linguaggio comprensibile e comune a tutti, un codice come quello delle piante, che si tramandano la memora e l’evoluzione nei secoli. Tutto uno, uno nel Tutto.

Per l’intervista completa

https://www.versanteripido.it/il-rigo-tra-i-rami-del-sambuco-intervista-a-emilia-barbato-a-cura-di-paolo-polvani/

purtroppo

l’estremità delle unghie
si annerisce e un tono
brunito si apre sulla pelle
come un lago minuto
nell’ora del crepuscolo,
la superficie liscia
è anche carneficina
nel lavandino e un nido
che resta raccolto,
opaco, vuoto, morto,
quanto alla nuca
si direbbe smagrita
nella notte e nel nome
di una donna che entra
dicendo “purtroppo”
con un peso che si lascia
andare e solo dopo
affiora nella nostalgia
di tutta quella vita chiesta
e rimandata, tradita, ferita

*

in alto, guardando tra i tetti
di un caffè francese o anche
in certi film del maestro Ozu,
la notte si vela quel poco
di bianco e un breve sogno
mi prende per mano, suoni,
foglie di lunaria dico, parole
fumose, sono trasparenza
un diorama di fili d’angelo.

gofun

[ c’è un sogno chiuso in una scatola di lacca, pulsa come una nana. La scatola è nera e sul coperchio, appena bordato di rosso, qualche fiore azzurro su bianco. Nel sogno lei appare monocroma, è inchiostro di china nero, fuliggine e colla animale.

Tuttavia, per alcuni istanti, si mostra policroma. Bellissima, tutta fatta di fini pigmenti naturali. Minerali, conchiglie di molluschi, coralli, malachite, azzurrite, cinabro.

Lei è gofun, polvere di valve, ostriche e capesante. È un colore di fondo, la capacità di scrivere il vuoto, la parola muta che langue sulla bocca appena accennata dal pennello ]

Kokei Kobayashi

Castagne, 1944

Emilia BARBATO – Un inedito

felice per questo dono di Eliza Macadan, grata.

LimesLettere

che silenzio fitto fa tutto intorno il porfido,

la pace della pietra ricorda alla lingua

il simulacro di Eris, sottrarre le gemme

all’inverno non serve, la rosa è una rosa

e sboccia per trovare la morte

come il passo scova nell’inciampo

la sua ultima ora, togliamo al disastro

una rovina seguendo traiettorie di nuvole

inconcludenti e poi a falangi scoperte

aduniamo piccoli schianti di terra,

zolle deformi di verità, vedi, il cuore crepa,

è un bene sempre più deperibile.

© Inedito

© Emilia Barbato

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014), Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016, I classificato sezione Libri Editi IX edizione del Concorso Nazionale di Poesia Chiaramonte Gulfi…

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Donato Di Poce sul rigo

Ringrazio Donato Di Poce per questa splendida recensione e la redazione di Carteggi letterari – critica e dintorni per lo spazio concesso al rigo tra i rami del sambuco di Pietre Vive Editore

http://www.carteggiletterari.it/2018/12/10/il-rigo-tra-i-rami-del-sambuco-di-emilia-barbato-recensione-di-poce-donato/?fbclid=IwAR0Nal1UmqwidGwo-LJaiDc06FmzlJxvkqB6MnDlhYeQ46DSQnt6lfK1ACU

Blanc de ta nuque

E’ un onore immenso essere tra le voci di blanc de ta nuque ed è una gioia infinita questa bellissima nota di lettura di Stefano Guglielmin . Grazie per avermi accolta sul tuo blog che seguo da tempo. Grata.

“La poesia di Emilia Barbato ama i dettagli, ma per farne subito emblemi della vita già stata, della vita che lascia le proprie tracce in quei fulgori ed è già malinconia. L’elencazione ne dice la sostanza, che il ritmo mette in movimento verso il futuro, pur conservandone, nelle scelte lessicali, i tratti funerei. Queste soluzioni sono evidenti nel primo testo presentato, con l’aggiunta di un procedere analogico, che si attenua nel secondo, in nome di un preziosismo descrittivo volto ad estetizzare ed eternizzare il femminile messo in scena. Soluzione forse in debito con lo stesso Vittorio Bodini citato nella terza poesia, nella quale elencazione e gusto per un ritmo sincopato s’intrecciano di nuovo. E così a seguire, sempre tenendo a mente la lezione del simbolismo a cavallo tra Otto e Novecento, per il quale poesia e musica sono sorelle, a dipanare la foresta dell’esistenza, per riconsegnarcela in un intreccio sonoro, dove il mistero della felicità si tramanda di generazione in generazione come qualcosa che abbiamo sfiorato, ma non adesso e non qui.”

Continua: https://golfedombre.blogspot.com/2018/11/emilia-barbato-inediti.html?showComment=1543401501773#c4865731032626541844