purtroppo

l’estremità delle unghie
si annerisce e un tono
brunito si apre sulla pelle
come un lago minuto
nell’ora del crepuscolo,
la superficie liscia
è anche carneficina
nel lavandino e un nido
che resta raccolto,
opaco, vuoto, morto,
quanto alla nuca
si direbbe smagrita
nella notte e nel nome
di una donna che entra
dicendo “purtroppo”
con un peso che si lascia
andare e solo dopo
affiora nella nostalgia
di tutta quella vita chiesta
e rimandata, tradita, ferita

*

in alto, guardando tra i tetti
di un caffè francese o anche
in certi film del maestro Ozu,
la notte si vela quel poco
di bianco e un breve sogno
mi prende per mano, suoni,
foglie di lunaria dico, parole
fumose, sono trasparenza
un diorama di fili d’angelo.