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prestami i tuoi occhi, gli disse,
dammi una geometria simmetrica
e molto complessa in cui specchiarmi,
consegnami questo senso perché possa
piantarmi nelle cavità i tuoi bulbi, è un tempo
cattivo questo precipitare, un esercizio
del cielo nella sua mai stagione
esatta, non è ancora inverno,
solo la levità apparente della neve
che cade pestando ogni foglia col suo rigore
bianco, non mosse un dito, gli chiese
esclusivamente di accenderle due lune 

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due colline liquide e un principio
di follia in cima, lo straniero mi fissa
con l’urgenza di un nome, un tono
lacustre nelle iridi, qualcosa che si agita
in fondo, una biscia, una lisca, una lince,
se lo trafiggessi con un indice
ne toccherei la fiamma, il solco, la metà
esatta di un secolo come una mela,
il passo quieto della polvere, vuole
tra le sporgenze, teme, supplica,
lo confino decisa e finalmente
tace come un paradiso
morfologico lo contengo
in un reticolo di cristallo