Diari del capitano Krypto


data astrale 26 novembre anno 2018, meno centocinquantuno ore all’impatto – l’origine

In seguito ad una fluttuazione quantistica nel vuoto comparvero e si annichilirono a vicenda particelle e antiparticelle virtuali. Ebbe inizio l’universo DC . Lo stato iniziale senza confini, il primordio, era nucleo a densità altissima di energia e temperatura.
Seguirono secoli di adattamento e evoluzione della specie, condizioni di maggiore stabilità, fino a raggiungere l’era in cui i supereroi dimenticarono l’origine e mutanti e potenziati vissero nel tempo.


a quattro giorni dall’impatto

Di ritorno dall’ospedale il capitano apre una sassella e l’accompagna con semi di girasole e gallette di riso quinoa, ancora non vuole e non può rassegnarsi all’idea di rinunciare finanche al vino. Come sempre le notizie ricevute sono tracimate dal suo controllo. Tra un mese incontrerà i chirurghi e valuteranno come potenziarlo ulteriormente. Per sua natura il capitano è una persona estremamente curiosa, qualcuno lo definisce un vulcano e oggi ha chiesto notizie sulla futura trasformazione. Gli hanno detto che gli sarà praticato un tatuaggio di ricostruzione fuori dal normale intervento. Il capitano siede assaporando un cibo quasi chimicamente inerte e legge sulla poltrona, continua a bere,  a trattenere il sapore leggermente tannico sulla lingua, continua a rigirarsela come assaporando un bacio, a guardare il vino nel calice e a pensare alla collana che ha sempre desiderato. Granati sul collo bianco e l’impronta calda delle labbra dell’amante o la lingua forse, piano, molto piano, prendendo ogni sapidità della pelle. Oh il capitano ha una mente molto femminile malgrado le cure, gira il vino nel vetro e avverte una sensazione straniante, quell’ebbrezza necessaria dell’alcol, quella bolla rosso sangue che incontra l’infinito, la bolla che ascende nel silenzio e lievita e si muove in trasparenza portando una leggerezza straordinaria, la totale assenza di gravità, la mente fluttua. la cosmogonia è una molecola di polifenoli nel sangue prima del grande impatto.


a due giorni dall’impatto

Oggi il capitano ha ricevuto una visita inaspettata, il parroco gli chiede di benedire la casa, il prete forse sa dell’impatto? Non credo, ma dopo uno scambio rapido il capitano vede il prete preoccupato, i segni del cielo dice, quell’astro brilla, sarà dura, sia forte e va via.

il grande impatto

ok, disse il capitano, go!   
https://www.youtube.com/watch?v=scBY3cVyeyA

60 cc

maglia scura, jeans attillati, stivali neri con tacco, piumino, sciarpa e berretto di pelle. Prendo la metro, incontro un’amica, anima bella, e insieme raggiungiamo il tempio. Difronte ai monitor, nel tramestio dei numeri, attendendo il mio, parliamo di poesia, di letteratura, dei luoghi
silenziosi della città . Fotograferò San Simpliciano, resterò nel chiostro cercando nel passato la figura in meditazione del Petrarca, trovando raccolto Salvatore Quasimodo. In una poesia sulla basilica scrive

Distorto il battito

della campana di San Simpliciano

si raccoglie sui vetri della mia finestra.

Il suono non ha eco, prende un cerchio

trasparente, mi ricorda il mio nome.

Scrivo parole e analogie, tento

di tracciare un rapporto possibile

tra vita e morte. Il presente è fuori di me

e non potrà contenermi che in parte.

Il silenzio non m’inganna, la formula

è astratta. Ciò che deve venire è qui,

e se non fosse per te, amore,

il futuro avrebbe già quell’eco

che non voglio ascoltare e che vibra

sicuro come un insetto della terra.

Sento una grande energia, parlo del tutto, ascolto l’amica parte del tutto e poi arriva il mio turno.
Lei non può entrare, l’impatto mi spaventa, le dico di andare a casa, ora tocca a me. Ho inizialmente voglia di piangere. Certo, mi dico, capitano che bel modo di vestirsi, folle, mi siedo sulla poltrona e guardo in alto. Sono insieme ad altri super Krypto, abbiamo tutti le facce
un po’ smunte e io continuo a guardare in alto per rimandare indietro qualche appena lacrima. Le respingo, le contengo, posso farcela. Inizio. Poi, dopo i medicinali di contenimento, ecco le super bombe, 60 cc di red bomb, siringoni sparati direttamente nelle vene, qualche aghetto nel braccio, l’inizio dell’ustione, il contatto. Il resto è un mare calmo, la fine e la mia voglia di vita. Lascio il tempio, dovrei prendere il taxi ma ho voglia di contenere quanto più mondo possibile negli occhi, desidero che l’aria fredda mi punga il viso, passeggiare tra le foglie morte e amare la mia città, la mia signora malinconica e bellissima in questa stagione. La vita è un dono meraviglioso, un fiore che sboccia per la seconda volta, così mi apro a questa nuova nascita, a questo mondo che parla sommesso ma in una lingua ora comprensibile, sono felice. Più ricca, questo depotenziamento fisico affina la mente, amplia la percezione, lo penso mentre scendo dal tram e sento le gambe pesantissime, ho movenze da bradipo ma un pensiero rapidissimo. Anche in metro tutto è lento e io sono un movimento piccolo e infinito, una molecola del tutto che mi circonda. Ogni cosa accade affinché il cerchio si chiuda, la comprensione, io nell’altro, l’altro è me e se questo è vero, se tutti lo capissero prima di arrivare prossimi alla morte, allora il male non avrebbe più ragione di esistere, si potrebbe convivere simbioti, producendo insieme un ambiente necessario a ciascuno, curarlo come fanno i licheni

sei giorni dopo

La pelle assume l’opacità di un fiocco di neve nel fango, ha un equilibrio di luce e ombra. Penso alle piccole impurità dei cristalli. Le mie occhiaie sulla pianura del volto sono particelle di oscuro intrappolate nella luce. Qualcosa che si può descrivere solo “come due corpi imperfetti che si incontrano. E che così facendo dividono la loro reciproca imperfezione” parafrasando Murakami. I capelli iniziano a cadere, me li ritrovo dappertutto ma non è la grande caduta, la quantità è ancora lontana dall’assumere la misura di una ciocca. Questi esili cadaveri giacciono sul corpo, vermi esangui, mi anticipano l’inverno allo stesso modo delle ossa, la spina dorsale s’infiamma come la cresta di una vetta incendiata dai tramonti. Rosse combustioni che ammiriamo a testa in su, con occhi spalancati e uno stordimento intraducibile manifesto sulle bocche aperte. Io vorrei approssimarmi a una corteccia. Nuda, contaminata, implorare un’accoglienza, un ricovero e un letargo tra muschi e licheni per questo troppo lungo inverno. Madre terra rendimi nota del sottobosco    
https://www.youtube.com/watch?v=scBY3cVyeyA


meno tre giorni al nuovo impatto

Che aspetto ha la luna? Quello della mia nuca vista da lontano. Il primo impatto si è portato via i capelli, ho una parrucca come Valentina di Crepax ma francamente mi preferisco versione satellite. Mancano tre giorni al nuovo impatto, mi dico che il peggio è passato, mi dico che ad ogni eclissi segue una piena, mi dico che sono una fenice e rinascerò dalle ceneri, mi dico molte cose e vorrei fare coraggio a chi, caso mai, un giorno passerà da qui e leggerà questo diario trovandosi nella mia stessa situazione. Le stelle, le stelle in cielo, la magia della notte, il clamore di ogni astro, mi dico e chiudo gli occhi. Chiudi gli occhi sconosciuta chiunque tu sia e guarda le stelle, guardale anche mentre ti iniettano la rossa. Per me è go!


meno due giorni al quarto impatto

come quando fissi la pace delle pietre e intorno hai un chiostro del quattrocento, sei piccolo nella certezza di futuro e becchi quel poco, la polvere, proprio come un pulcino, facendo pio pio, tremando senza piume, con solo un’ipotesi remota di lanugine a copertura. Si avvicina il quarto impatto, il terzo mi ha portata in ospedale priva di coscienza. Reagivo quel giorno, volevo vivere e sono uscita prima dei tempi previsti. Ho forzato il corpo bradipo. La pressione bassissima dopo aver cenato mi ha stesa sul cofano di una macchina. Le gambe tra le braccia di mia figlia e un estraneo, illuminata dal viso cereo di mia madre. Volevo reagire, la vita è breve, carpe diem capitano! Oggi penso al quarto ciclo, sapendolo ultimo. Voglio resistere ancora, voglio tornare a vivere prima dei tempi. Forse noi tutte siamo come principesse delle favole, ci mettiamo su un lettino in mezzo al bosco tra uccellini e alberi e aspettiamo la vita che passa da un bacio, che sia del vento o di un principe, sia vita. Aspettiamo che lo spirito ci riempia come una vela e ci dia la forza di continuare a navigare. Capitano, coraggio, le due ultime siringhe rosse nelle vene. Poco importa se ci arrivi senza ciglia, senza capelli, implume, poco importa se lacrimano gli occhi, se la vena è ispessita e dolorante, ci arrivi! Io superi quel traguardo che solo tre mesi fa era lontanissimo e con te tutte le principesse senza nomi che marciano sul cammino e si alzano ancora e allora bisognerebbe scrivere una favola che inizi così.

C’erano una volta, una su sette, donne spente che si riaccendevano ad una ad una entrando in scena insieme alla luna, piccole stelle, fari nella notte.

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