*

​le cose cadute, dimenticate, 
le piccole figure malinconiche 
che formano lungo le strade,
quel subbuglio di ombre, di minuzie
in cui esercitare solitudini, la tensione
del disordine che sovverte ogni architettura,
il paesaggio, un filo di voce appena 
udibile, lontano, un fiato che ha 
disatteso la fossetta del giugulo, 
le clavicole, il tuo respiro 
che sa tenere il fumo e un suono 
e non la mano che getta: un gesto rovinoso.

*

il silenzio non ha che un corpo
in cui raccogliersi, una liquida calma,
l’onda del vento.
Da una tela di tre 
piccoli ragni vorremmo
cogliere i simboli della stele
ma ci arriva una pace
di pietre, la grazia
che l’occhio contiene.
*
le silence n’a qu’un corps
où se recueille un calme liquide,
la vague du vent .
Par trois petites araignées
nous aimerions  saisir
les symboles de la stèle
mais il vient une 
paix de pierres,  la grâce
que l’oeil contient.

*

​eri in piedi, tonico, proiettavi la tua ombra
immortale su di me, slanciato eri una vetta
irraggiungibile, un’antica divinità delle montagne, 
in te si infittivano profumi di muschio e ombre,
gridavano civette, ardevano selvaggi pomeriggi e le donnole 
restavano  in attesa del basilisco,
amavi con energia e con grande lentezza
languivi, come un lago stavi contenuto,
piccolo, calmo, 
i raggi del sole inesorabili facevano
dei tuoi ricci un’accecante corona eri scurissimo,
imprendibile il tuo corpo, eppure io cercavo
un tuo lato vulnerabile, 
volevo sottrarti ai secoli, all’oblio del mito, 
strapparti alla perfezione.

*

​Sempre più primordiali, 
induriti dalla salsedine, scuri, nodosi,
agiti dall’energia dei venti, 
così aspri ora, noi vinti e coperti di arbusti,
selvatici come lavanda bruciata,
lambiti dal mare, dalle increspature degli stagni, 
percorsi da un ritmo ancestrale di canneti, 
dalla forza magica dei nuraghi, 
un ansito lontanissimo ci chiama dalla terra,
un’idea inalterata di origine,
mistero e identità di isola, 
ombra nera di vecchie femmine.

*

​uscisti,  la casa tenne dischiusa la porta
facendo entrare i primi raggi, 
il vento riempì la tenda, si infilò 
nel letto, corse salmastro lungo le stanze, 
ti allontanasti 
confondendo le tue alle minute orme 
dei gabbiani, la pressione dei piedi alterò
il paesaggio lunare della spiaggia.
Anche le giovani dune muoiono se passando
non le guardi, versano in silenzio pozze dorate
di giorno e i gigli marini si spezzano sul litorale sabbioso
se negli occhi non trattieni un bianco stupore, 
vedi, perfino le drupe di ginepro
hanno bisogno di cura, si piegano se resti
indifferente all’unicità: due piccole righe
bianche filano veloci negli aghi.

*

​​tutto era destinato a svanire, 
le canzoni, il profumo delle alghe, 
il suono delle conchiglie, una nuova
forma di solitudine, quieta, risoluta,
si era insinuata in noi, un’onda pronta 
a raccogliere ogni cosa, a dissolverla, 
una mano decisa a soffocare 
qualsiasi grido di aiuto, una serena rassegnazione, 
niente ci avrebbe salvati, 
ci allontanavamo sempre più dalla terra, 
da una civile convivenza, 
ci isolavamo come arcipelaghi lontani, 
naufragando lentamente
affondavano nel silenzio, 
diventavamo gusci per paguri,
sabbia di grossi granchi, ci sfaldavamo,
inselvatichivamo, sempre più massicci, 
avvolti in un mantello
invernale ispido, folto,
di colore molto scuro.

*

​tacesti all’improvviso, la neve 
gelò il piccolo corpo delle cicale,
lo schiocco delle ali – tutto ebbe fine – 
l’organo stridulatore dell’addome 
tremò nel tuo vento, la luce 
del mare subì un’ulteriore serie
di piccole deviazioni, rendendomi
un’immagine distorta, sfumata dell’estate.