Ringrazio Paolo Polvani poeta e caro amico per le sue domande sensibili e piene di umanità e versante ripido per lo spazio concesso al mio libro. Sempre cito Lillo Antonio, Pietre Vive Editore per aver creduto in me.

Riporto di seguito una risposta dell’intervista

Il libro ha vinto un premio dedicato alla poesia sociale, e i tuoi versi nascono da una situazione di malattia. In che rapporto sono la malattia e la società?

Mi chiedi del rapporto tra malattia e società. Trovo che questa sia una domanda bellissima. Il malato oncologico affronta una serie di esperienze estremamente dolorose che lo portano ad allontanarsi molto dagli stereotipi e dai canoni normalmente riconosciuti e usati dalla società. La prima prova a cui penso, in questo caso però riferendomi alla mia esperienza personale, è la perdita dell’invincibilità. Immediatamente si sente il fiato della morte sul collo. C’è un senso di smarrimento, di paura che annienta e il mondo cambia, ogni cosa assume una voce più intensa, come se fosse l’ultima volta che la si ascolta, che la si vede. Anche il rapporto con le persone muta, si inizia a cercare solo il vero, l’autentico. Ciascun gesto superfluo perde di valore, si ha bisogno di amore, di aiuto, si cerca nell’altro una consolazione in sé introvabile.
Si sopportano e indossano una serie di mutilazioni, di cicatrici, menomazioni/medaglie di coraggio. Muta l’aspetto fisico, cambia il colore della pelle, ci si scarnifica, si apre un varo nelle gambe, si fa meno rumore nel mondo, meno clamore, i capelli cadono e l’attesa della caduta è un momento indicibile.
Tutto ciò che l’attuale società riconosce come significativo e necessario per competere sparisce. Tutto ciò che questa società dell’immagine chiede si allontana, ci si sente esseri a parte. Poi ciascuno ha le sue reazioni, impossibile generalizzare, Oggi, che sono maggiormente consapevole, ho uno sguardo diverso rispetto a quello che avevo durante la malattia di mia madre, posso sostenere che si appartiene ad un’umanità che comprende la precarietà della vita e la necessità dell’altro. La malattia, sempre parlando per esperienza personale, chiede una società diversa, rende parte del tutto. Se ciascuno comprendesse quanto la sua persona continui nell’altro il male non avrebbe più senso poiché mai si potrebbe fare del male a se stessi e quindi all’altro. Sedere in attesa di un colloquio oncologico e della chemioterapia permette di comprendere tutta la meraviglia e il senso della vita, permette di tenere negli occhi e cercare con le mani chi condivide la stessa sorte, si è propaggini l’uno dell’altro, si ama l’altro e si spera nella guarigione del prossimo e nella propria implorando un miracolo per tutti. Si combatte e si affronta insieme il dolore e il destino come argonauti pronti al viaggio. In questa ottica la società non è più la stessa, il vero senso della vita è l’amore e non gli orpelli che il mercato impone, è tornare alle radici e parlare un linguaggio comprensibile e comune a tutti, un codice come quello delle piante, che si tramandano la memora e l’evoluzione nei secoli. Tutto uno, uno nel Tutto.

Per l’intervista completa

https://www.versanteripido.it/il-rigo-tra-i-rami-del-sambuco-intervista-a-emilia-barbato-a-cura-di-paolo-polvani/