confini, doppie sponde
ferite, i primi fulgori
sull’alveo, i nostri vuoti,
quei piedi mancati
che siamo, nudi e suonanti
sull’assito, quarantacinque
giri in copertina sottile,
l’inizio di una sedia, i vestiti
sulla spalliera e quel poco,
la minuzia di Strand che è
amore, appena raggio
per sempre sulle bocche
di leone, di lince, di fiaba
e orrore mio tutto vento
io come l’albero
eternamente spoglio,
tra i rami, sento salire
gelo e canti e da lontano vedo
la figura malinconica dell’uomo
che si versa da bere in un privé

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