La prima volta che ho ascoltato una poesia di Guido Cupani ero a Venezia, almeno credevo, da allora l’intero universo ha iniziato a sussurrare nei versi e io ho visto ogni singolo astro e ogni rotazione, l’intera levità del cosmo nei miei occhi. Mi sono avvicinata piano e gli ho chiesto una dedica per un libro di poesia che rileggo continuamente, Guido mi ha insegnato la grazia dei passi di una formica su un libro celeste e quanto la fisica sia vicina alla poesia. Ora trovarmi nelle sue parole mi onora, mi sento felice e molto molto piccola. Grazie Guido e grazie a Perigeion per questo spazio prezioso. Vi sono grata.

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 di Cupido cupid

L’equazione attorno a cui è costruito il nuovo libro di Emilia Barbato, Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive 2018), è di una semplicità lampante:

corpo = terra.

Dovremmo anzi scrivere

corpo ⇄ terra,

perché il mondo di Barbato non è quello di Parmenide ma quello di Eraclito: un flusso continuo di immagini e percezioni. In queste pagine il piano di lettura è duplice: a un livello immediato il corpo è quello della madre, aggredita dalla malattia, mentre la terra è la “terra dei fuochi” di cui tutti conosciamo lo strazio. Ma il dato specifico è solo un exemplum: il corpo è qualsiasi corpo malato, la terra qualsiasi terra (forse addirittura l’intera Terra) martoriata. È in questo riflesso che la biografia diventa poesia. Leggiamo:

*

È benigno?
Perdoni la domanda,
io non conosco la parola storta
che cresce nell’intestino di mia mamma.

**

Ha freddo!

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