sciolgo il nodo, scopro l’omero,
il fianco, la litoranea delle gambe
fino al tallone sprofondato
nei sassi, una ressa di differenze
pietrose, un impero che si separa,
si sgrana sotto il rifluire delle acque,
sempre più dentro, lentamente,
le estremità radici, l’energia
della terra intorno alle caviglie,
l’elettricità e gli umori del mare.
A refoli salgono dagli abissi
i piccoli granchi per forgiare
il tuo corpo, a fili d’erba le gemme
incastonate dalla beccaccia
per i tuoi occhi e molle il mitile
rosso estratto per la lingua.
Emergi dall’uscio della mitologia,
iddio scuro, ora che nel fraseggio
del mediterraneo mi rendi istmo,

dico, ti appartengo Nettuno!