Potremmo dirci serene,
sedere ad un tavolino
del bar sotto casa
e sorriderci,
restare per sempre in piazza municipio,
nella certezza delle sue campane alle nove,
vivere come personaggi eterni di una cartolina
in cui la luna tradirebbe il mare
preferendo i tuoi capelli
e tu divertita torneresti
a quel corpo origine
di ogni guerra e pace,
io invece al mio silenzio, tenendoti
florida ed imponente,
invece siamo qui, a misurarci
le vite, rimestando il passato come
con questo caffè, mi chiedo
per quanto tempo ancora
potrò guardare
nel fondo dei tuoi occhi
addolciti dal velo di una cataratta
e trovarci amore,
o sfiorare la nervatura delle tue
mani e riceverne calore,
quanto tempo ci è concesso
prima di spegnere ogni cosa,
di lasciare tutto
all’imprecisione della memoria,
al vuoto del gesto sottratto,
alla cancellazione dei sorrisi,
alla sparizione dei capricci
e di tutti i sacrifici.

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