Sei e trenta, l’alba percorre
l’aria di parcheggio
dell’ospedale, portandosi dietro
un principio d’afa e il nuovo giorno.
Quattro colonne di mattoni rossi
e un tetto di legno
rivestito di metallo,
formano un gazebo,
un microsistema discreto, delimitato
dalla bellezza trascurata di
un roseto e dallo
stormire dei salici.
Una di fronte all’altra,
due panchine si guardano senza rimedio,
nell’assenza di una storia umana
che le occupi, sul pavimento
di maioliche una rosa
dei venti sembra rendere possibile
un orientamento
per questo mare di dolore.
È forse un salto spazio-temporale
per riprendere la vita
e dimenticare questa alternanza
di rovine e speranze?