Voglio, il serpeggiare deciso
di un verme sulla mela d’oro,
che marcisca in un sacchetto
Paride e il suo giudizio,

il frutto delle chiacchiere
bene dei salotti;
che cadano gli dèi
dalle poltrone,

dalle serate glamour in cui
sfoggiano un ruolo,
che si stacchi come una stella il figlio
del politico dai troppi favori,

e che bruci facendo la gavetta,
che cresca,
ad uno ad uno, tutti i calli nelle mani
stringendo chiavi inglesi e bulloni,

che si sporchi e incanti
guardando l’oro colato dalla siviera,
dimenticando la chimica e le sue sostanze
almeno per un giorno,

che si scontri con la precarietà della vita
e faccia quadro tra bollette e salario,
che vada al mercato
per risparmiare pochi euro sulla verdura

e fugga dalla sua gabbia dorata
riparandosi nella bellezza delle voci popolari,
nella malia del richiamo della fruttivendola,
simile ad un riff, che ci lasci per sempre gli occhi

su quel decolté naturale,
nel suo sguardo lacustre;
sudata,
più del normale,

ha come riparo l’ombra
delle lenzuola che
si gonfiano profumate di bucato
nei vicoli del quartiere.

Si urli finalmente il vero,
faccia eco nello scheletro
che la fabbrica ha lasciato;
un vuoto tra i palazzi, un silenzio

che continua a far rumore
lì dove protestavano i cori, nella resistenza
di quelli che ogni mattina
si inventano un lavoro a cinquanta

anni, dei cassa integrati
moltiplicati dall’ingordigia delle banche,
dall’incidenza degli interessi
sui conti economici delle aziende,

dei precari che sognano di sposarsi
ma che non hanno il contratto a garanzia del mutuo,
dell’operaia che ha lasciato la mano destra
sotto la pressa e che non ha gli anni per la pensione, dice che lo stato

le riconosce poche centinaia di euro di invalidità
e che per questo si crede nel giusto
mentre dispensa privilegi ai suoi dirigenti,
a quelli che hanno bisogno dei consulenti per rivoluzionare la costituzione,

per decidere come e quando dilazionare l’imu,
o chiamarle come  D i o   s o l o   s a  queste tasse dell’ingiustizia,
questo continuo stringere il cappio
intorno al collo del primo e del secondo scaglione,

perché per loro questo siamo,
l’insieme indistinto dei numeri che popolano una statistica,
una base di calcolo
senza più dignità.

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