Lo scalpiccio allegro oggi si allontana
facendo risuonare l’assito
nelle stanze che si fanno cassa
e la memoria di allora il sintomo.

Era passato Natale,
il mio corpo caldo nel pigiama rosso,
le luci intermittenti spente
da meno di un mese sull’albero.

Le otto del mattino,
di trentadue anni fa,
avevano il sapore del pane nel latte caldo
e le regole semplici della mia famiglia.

Tutti intorno al tavolo,
ad ascoltare le notizie dalla piccola televisione,
la commozione raccolta tra le antenne e le immagini in bianco e nero,
nella parola che non capivo ribadita dal telegiornale.

Diceva terrorismo
ed io vedevo gli occhi lucidi di mamma
e il tono cupo raccogliersi nel nome di Guido,
lavorava in fabbrica Rossa,

era un operaio,
aveva scelto una lotta ragionata,
di grandi ideali; gli hanno sparato
e dopo la politica è cambiata.

Parlava dei molti corvi,
pronti a colpire il sindacato,
correva il ‘79 ed avevo otto anni,
certo, non potevo immaginare come e cosa avrebbero beccato.

Sembravano orbitare radenti ai mobili arancioni,
aprire un solco nell’aria greve della cucina
echeggiante delle voci lente e serissime dei presentatori
ed io credevo fossero davvero uccelli le figure beffarde nella mia testa.

Guido se n’è andato e con lui le ideologie,
dopo l’opposizione si è piegata
trasformando le poltrone in una professione
e adeguandosi alle logiche dell’economia.

Il presente appartiene ad un mondo ricucito male, tornano le otto in cucina,
rombano nel ticchettio dell’orologio,
nello stridere dei minuti e degli pneumatici sulla strada,
nei brontolii del frigorifero.

Le otto del silenzio,
con le notizie mute della rete
in cui tutti non esistiamo,
la folla che fa di noi una sola dispersione.

Le otto di tutti i miei presagi,
dei frammenti di mondo
che spariscono nella vertigine dei ricordi,
del mio diventare un ‘essere‘ taciturno,

mentre fuori il mercato rischiara
sotto un cielo che si interrompe tra i rami ed il rimpianto,
in qualche sfumatura di rosa, lontana,
come la volontà dei singoli e del mondo.

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