Mi infilerei nella sicurezza
di questo crepuscolo agostano,
nello stormire rassicurante
delle foglie al vento,

per consegnargli la clemenza
della memoria recente
e chiedergli un’unità di
misura per il mio tempo,

perché dicono sia
buona norma
conoscere le ore
e la precisa collocazione

dei secondi nei minuti, l’appartenenza,
ma io vivo a giorni discontinui
ho cinque turni accelerati
e due pause per l’aria,

così, prima che finisca
questo ciclo di respirazione,
resto nell’eterno degli occhi,
nel capolino ancora chiuso

dei girasoli che si lasciano cullare
dalla sera, mentre, disponendo
fiori nel disco, disegnano spirali,
a senso orario e nel verso opposto.