Mezz’ora alle tre, mezz’ora prima che Sartre posasse la penna sul foglio per dare voce all’inizio di pagine amare e bellissime, così vicine alla condizione umana.

Nei pensieri tutto il dicibile concentrato in un silenzio.

L’eco dei tuoni si propaga nell’aria ferma, avanza come una cavalleria medievale muovendo nuvole sempre più dense e nere, anticipano pochi minuti fittissimi di gocce, poi, l’aria profumerà di terra e l’elettricità andrà altrove; tornerà il vento.

Un’estate schiva, che resta chiusa nei suoi cieli grigi ed improvvisi, ombrosi come il mio umore, una stagione avulsa dalla normalità, quasi quanto questa sensazione di fragilità che da qualche mese mi accompagna, la vita non smette la sua bellezza pur precisandone l’incostanza.

A quest’ora in molte famiglie si va consumando la liturgia domenicale, la moglie porta in tavola il dolce richiamando i bambini che giocano a rincorrersi e il padre ferma il martello, un gatto forse miagola, cercando una briciola di felicità, la televisione vende immagini narcotizzanti.

A volte ho come la sensazione di avere cineprese nelle pupille e di usare lenti ottiche distorte, allora la moglie serve in tavola il dolce pensando alle sue ossa stanche e a quello che sarà un domani uguale, il marito alla donna che ama, che gli brucia lontano, i bambini giocano a rincorrersi dimenticando tutte le correzioni ed io … ho come la voglia di sparire,

di riavvolgere la scena, di tornare bambina, di modellare le mie fiabe e … c’era una volta la possibilità che un uomo vestito d’azzurro con il suo amore sapesse addormentare il dolore, l’abuso che solo sa provare chi dal palco, dopo aver partecipato ad un teatro delle crudeltà, poi siede in prima fila ed assistere, un uomo che sappia spegnere tutte le parole, anche quelle belle usate senza verità.

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