I
Mi entrano‐dal lato destro del finestrino- e
si muovono accoratamente, fino a sparirmi,
i monti che fanno la cornice cupa della notte,
stringono il crepuscolo livido precipitandolo su tutta la campagna.
La pioggia ha smesso di soccorre le pene dei prati,
confondendosi insieme agli ultimi sentori del giorno.
Dicono che il cielo abbia inviato certi suoi emissari sulla terra e che questi
si affatichino‐lungo tutte le corsie delle autostrade‐scrivendo un copioso tema sull’addio
II
La maniera antica delle prime locandine dei cinema fuori moda
si copre, pudicamente, con gli ultimi brandelli delle parole succedutesi nel tempo.
Il vento ha lacerato e seminato, fra gli echi molesti della città, quelle più recenti, mentre l’acqua
ha denudato le originarie insegne alla vista del più crudele abbandono.
III
Con un lungo commiato
ci saluterà perfino
il suono della parola ‐ oblio ‐
indugiando,
ancora per qualche secondo,
nell’ultima vocale,
sembra voler recuperare il ricordo
e le note di un amore che non c’è.
IV
Arrivò il momento, eppure,
fu troppo tardi per richiamare il dolore,
voltatosi di spalle barcollante, come un’ombra
senza più la sua figura.
V
Infine.
Reciterò certi stupori impareggiabili
che rischiarano tra le pagine di quei libricini di poesia,
dimenticando, senza sentimenti, quell’assurdo scritto,
per molti versi simile ad una preghiera,
in cui io, in cui tu,
avremmo potuto continuare
ad esistere,
dignitosamente.

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